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Ritrovamenti archeolocici del Nuovo Testamento

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Betsaida

Cafarnao
Le sinagoghe del I secolo in Galilea
Corazin
Scoperte archeologiche recenti attorno al Lago di Galilea: contributo allo studio dell'ambiente del Nuovo Testamento e del Gesù storico

Conference Paper (PDF Available)  · January 2008

Stefano De Luca
Pontifical Institute of Christian Archaeology, Rome - Vatican City · Archaeology


Negli ultimi decenni le scoperte archeologiche nei siti sorti anticamente attorno al Lago di Galilea hanno superato di gran lunga per mole tutte quelle avvenute nei trecento anni precedenti. A prescindere dalla quantità di nuovi dati a disposizione di storici ed esegeti, la qualità dei risultati è tale da ridisegnare un nuovo, inedito e, per certi aspetti, sorprendente quadro sociale di questa regione, esplicativo del contesto vitale del Gesù storico.
Per lo più a opera di team internazionali, si sono intensificate le ricerche sistematiche nei principali siti menzionati dal Nuovo Testamento: da Hippos, città autonoma della Decapolis, a Betsaida Iulias, identificata non senza controversie con et-Tell; dalla ripresa degli scavi nel villaggio di Cafarnao e nella città di Magdala fino all’incremento, in grande scala, delle esplorazioni della capitale Tiberiade. Nuova attenzione è inoltre stata riservata ai tre siti rurali di Horvat Kur, Huqoq e Wadi Hamam, nell’entroterra a ovest del Lago, che hanno fornito nuove conoscenze sul grado di popolamento della zona nel periodo antico, medio e tardo-romano. In ultimo, sta finalmente uscendo dall’oblio il Tel Kinneret da cui il Lago avrebbe assunto il nome biblico.
Sono stati poi portati a termine tre importanti surveys del Golan, di ampi settori della bassa Galilea orientale e dell’alta Galilea – mentre è in via di conclusione quello dell’area di Cafarnao –, che offrono un quadro d’insieme estremamente interessante sulle attività rurali, le relazioni commerciali, gli indicatori e le differenziazioni etniche delle comunità che popolavano anche i centri periferici.
Altresì il contributo di altre scienze quali la geologia, la palinologia, la paleozoologia, l’antropologia fisica, la sociologia, la socio-economia, la demografia, con cui l’archeologia oggi dialoga sempre più, ha permesso di ampliare le prospettive dell’archeologia galilaica.
Surveys e contributi di altre discipline hanno così fornito nuovi termini di confronto nell’ambito della più ampia archeologia mediterranea, nella quale quella galilaica si iscrive, permettendo di superare alcuni sterili regionalismi o autoreferenzialità che hanno segnato il passato anche prossimo e dando nuovo impulso alla feconda ricerca contemporanea sul Gesù storico, così imprescindibilmente legata al contesto archeologico in cui si inserisce. Da parte degli studiosi, sempre più si avverte l’esigenza di inquadrare i dati storici e archeologici di un determinato sito nel più ampio quadro mediterraneo dell’impero romano, prima, bizantino e quindi islamico, dopo.

(PDF) Scoperte archeologiche recenti attorno al.... Available from: https://www.researchgate.net/publication/277008234_Scoperte_archeologiche_recenti_attorno_al_Lago_di_Galilea_contributo_alla_studio_dell%27ambiente_del_Nuovo_Testamento_e_del_Gesu_storico [accessed Aug 07 2018].



FONTI ARCHEOLOGICHE

Pagina tratta dal sito JESUS1


Lo storico ed archeologo James H.Charlesworth cataloga sette scoperte archeologiche più importanti nella Terra di Gesù. La prima riguarda il luogo della crocifissione di Gesù e della sua tumulazione che considereremo in particolare; la seconda è il ritrovamento dello scheletro di Jhehohanan, un ebreo crocifisso di cui è stato ritrovato ancora il chiodo conficcato nella caviglia ed a causa della ritorsione in un nodo nel legno della croce non fu più possibile estrarre. Il corpo fu deposto dalla croce strappando dal legno di ulivo il chiodo in esso ritorto. La terza scoperta, ancora sui luoghi della passione, riguarda il Praetorium e la Via Dolorosa, continuamente percorsa dai pellegrini fin dai primi pellegrinaggi in Terra Santa. La quarta scoperta si riferisce alle due piscine all’interno della Porta delle Pecore, una delle due identificata con la piscina di Bethesda come riporta la testimonianza di Giovanni.[1] La quinta scoperta è inerente al Monte del Tempio all’epoca di Gesù e permette di comprendere la sua indignazione nei confronti dell’istituzione del Tempio stesso. La sesta scoperta sono le mura e le porte di Gerusalemme, fondamentali per l’ubicazione del luogo della sepoltura; la settima scoperta riguarda le sinagoghe presenti in Palestina ai tempi di Gesù, in particolare quella di Cafarnao su cui ci soffermeremo.[2]

“Nel caso dell’archeologia riguardante il periodo di cui si occupa il Nuovo Testamento, essa potrà autonomamente illuminare l’ambiente, darci nuovi dati riguardanti i personaggi protagonisti della storia raccontata nei libri del Nuovo Testamento, ma mai dovrà sostituirsi ai libri. L’archeologia resta e deve restare solo un sussidio alla loro comprensione, un servizio all’esegesi che con altri metodi e mezzi tende a penetrare il messaggio del testo che, nell’intenzione degli autori biblici, va certamente oltre la storia per condurre il lettore all’accettazione nella fede di quel Gesù di Nazareth, unto da Dio Messia con Spirito Santo (At 10,35 e seg.)”. Sono le parole dell’archeologo-biblista Michele Piccirillo, con cui intende stabilire la relazione tra archeologia ed esegesi nel tratteggio della figura storica dei personaggi neotestamentari, quindi dello stesso Gesù di Nazareth.[3]
L’apporto alla nostra ricerca offerto d’altro canto dall’archeologia biblica tout-court consiste nell’identificazione topografica dei luoghi biblici, quindi il collegamento tra i nomi delle località bibliche e quelle stesse località che lungo i secoli sono state rinominate ma che coincidono con le loro origini storiche.
A tale proposito consideriamo i ritrovamenti archeologici fondamentali che hanno riportato alla luce gli elementi di quella vita quotidiana vissuta dallo stesso Gesù storico e presente nella narrazione evangelica. Avvicineremo i luoghi santi in Palestina ed in particolare la Casa di Maria a Nazareth, la Casa di Pietro e la Sinagoga a Cafarnao, il Santo Sepolcro.
Accosteremo a complemento il valore dei ritrovamenti numismatici collegati al Vangelo.

[1] Gv 5,2-9.
[2] Cfr. CHARLESWORTH J.H., Gesù nel Giudaismo del Suo Tempo alla luce delle più recenti scoperte, “Piccola Biblioteca Teologica” n.30, Claudiana, 19982, pp.133-164.
[3] PICCIRILLO M., Archeologia e nuovo testamento, pro-manuscripto, PIB, Roma 1994, p.2.

di Fabio Ferrario


NAZARETH: LA CASA DI MARIA

La comunità cristiana primitiva costituì agli inizi della sua fondazione una delle varie espressioni del Giudaismo. Eretta sul principio dell’amore annunciato dal suo Fondatore e su un’attesa messianica ultraterrena, essa entrò presto in conflitto con il messianismo nazionalistico giudaico antiromano che poi la perseguitò. Per quanto doloroso questo momento permise tuttavia l’apertura della comunità giudeo-cristiana al mondo ellenistico fino alla repentina nascita di una comunità cristiana greco-ellenista ed alla progressiva diffusione del Cristianesimo in tutto l’Impero.
Con l’Editto di Milano indetto da Costantino il Grande nel 313 d.C. ed il riconoscimento ufficiale del Cristianesimo come religione dell’Impero, sorsero presto in Palestina numerose opere edilizie cristiane, promosse particolarmente da Elena, madre dell’imperatore.
Dal IV secolo la Palestina divenne un immenso santuario con una diffusione di basiliche, chiese, cappelle e monasteri, che a partire da Gerusalemme si estesero fino ai villaggi della Terra Santa e ai luoghi più remoti del deserto di Giuda.
Questo periodo di fioritura continuò fino agli inizi del VII secolo quando la dominazione persiana e l’invasione islamica significarono per le comunità cristiane distruzione e progressivo abbandono dei luoghi santi.
L’effimera ripresa nel tempo delle crociate vide nei secoli XII e XIII una breve parentesi di continuazione ma per terminare nuovamente in altre distruzioni e nuovo sangue versato.
Lo stato di abbandono quasi totale che ne seguì vide tuttavia la costante presenza di sparute comunità cristiane di monaci greci, armeni, francescani, nonché alle coraggiose visite di audaci pellegrini. Essi garantirono la conservazione minima degli antichi edifici cristiani e costituiscono ancora oggi l’anello di continuità che permette agli archeologi di condurre le loro ricerche.[1]

Nel 1620, grazie alla protezione dell’emiro del libano Fakhr ed-Din, i francescani entrarono in possesso di una grotta già venerata dai cristiani di Nazareth. Essi eressero presto, a sud dell’attuale basilica dell’Annunciazione, una chiesa di dimensioni modeste accanto a quella grotta. Padre Prospèr Viaud era il guardiano del convento nel 1909 e fu il suo interesse per l’archeologia e la storia a spingerlo alla ricerca della basilica crociata di cui aveva letto dell’esistenza e della sua costruzione in quel luogo ad opera di Tancredi, principe di Galilea. La sua ricerca ebbe buon esito quando notò che il muro nord del cortile principale del convento era di fatto un muro di contenimento dell’antico muro di quella basilica crociata. L’opera di demolizione della chiesa francescana e di proseguimento della ricerca fu affidata nel 1955 all’archeologo Bellarmino Bagatti il quale scavando sotto i mosaici di epoca bizantina, rimossi per sottoporli a restauro, scoprì su quelle mura i graffiti dei primi pellegrini tra cui il famoso XE MAPIA[2] che danno l’identità cristiana del luogo.[3]
Fino a questi ritrovamenti si aveva la convinzione che la casa di Maria venerata in quel luogo fosse in realtà falsa in quanto l’area era precedentemente occupata da un cimitero, quindi non potevano sorgere nelle sue vicinanze abitazioni comuni. Ulteriori e fondamentali scoperte furono i resti di un’antica sinagoga giudeo-cristiana eretta sul posto, nonché suppellettili domestiche di vita quotidiana sparse in tutta l’area. Tutto ciò portò alla rapida confutazione dell’antica ipotesi in favore della nuova definizione di quell’area come appartenente al villaggio di Nazareth e venerata fin dai primi cristiani come l’autentica casa di Maria.[4]
È questo uno dei contributi più importanti offerti dall’archeologia al nostro viaggio sulle orme del Gesù storico. Il mistero dell’incarnazione trova ulteriore conferma dalla voce sempre viva di quelle pietre a testimonianza perenne del fatto che in quel luogo “il Verbo si fece carne e dimorò tra noi”.[5]

[1] Cfr. ibid, pp.70-71.
[2] KAIRE MARIA è il saluto dell’arcangelo Gabriele corrispondente al nostro “Ave Maria”.
[3] Cfr. BAGATTI B., Alle Origini della Chiesa, vol.I, Libreria Editrice vaticana, Città del Vaticano 19852, p.131.
[4] Cfr. PICCIRILLO M., Archeologia e Nuovo Testamento. Tracce Cristiane in Palestina, San Paolo, Cinisello B.,1998, pp. 59-64.
[5] Gv 1,14.


CAFARNAO: LA CASA DI PIETRO

Nel 1905 furono trovati a Cafarnao i ruderi di una bella sinagoga di pietra bianca ed in seguito, gli scavi tra la sinagoga e il lago di Galilea portarono alla luce parecchie case di pietra, appartenenti a quella città di pescatori che fiorì dal I secolo a.C. al VI secolo d.C. Gli scavi permisero di stabilire che nel V secolo d.C. sorgeva in quella zona una chiesa ottagonale che fu particolarmente importante per i primi cristiani. Sotto di essa venne infatti ritrovata una casa che i primi cristiani identificarono con la casa di Pietro, dove Gesù guarì sua suocera e in cui egli stesso visse.[1]
Il 1968 fu l’anno determinante in cui gli scavi affrontati portarono alla luce le attese degli archeologi Virgilio Corbo e Stanislao Loffreda. Dopo aver rimosso il pavimento della chiesa ottagonale e scavato per un buon metro, apparvero i primi frammenti di intonaco su cui fu possibile leggere “Signore Gesù Cristo soccorri”. Lentamente emerse una stanza di 7 x 6,50 metri con i chiari segni di restauro e decorazione avvenuti in epoca posteriore. Finalmente furono rinvenuti i provvidenziali cocci in ceramica che assicurarono all’archeologo che la casa era abitata nel periodo romano. A causa della loro altissima caratteristica di conservazione, le ceramiche sono utilissime all’archeologo per la datazione e la ricostruzione storica dell’uso di ambienti antichi portati alla luce dagli scavi.
La conferma nella identificazione venne anche dalle testimonianze di due antichi pellegrini. La prima è Egeria che alla fine del IV secolo riportava sul suo diario: “In Cafarnao, poi, della casa del principe degli apostoli, è stata fatta una chiesa le cui pareti stanno fino a oggi come furono”.[2] La seconda di un pellegrino del VI secolo che scrisse: “Venimmo in Cafarnao nella casa del beato Pietro che attualmente è una basilica”.[3]
La ricerca archeologica, dal canto suo, non offre certezze ma solamente indizi utilissimi alla nostra ricerca. Il ritrovamento di quella casa offre la situazione domestica e poi religiosamente trasformata in reliquia di un’abitazione di pescatori di cui il racconto di Marco rende testimonianza quando Gesù “entrò nella casa di Simone e di Andrea con Giacomo e Giovanni”.[4]

[1] Cfr. MILLARD A., Archeologia e Vangeli, Edizioni Paoline, Cinisello B. (MI) 1992, p.25.
[2] Cfr. Itinerario di Egeria, trad.it. di Clara Di Zoppola, Edizioni Paoline, 1966.
[3] PIETRO DIACONO, De Locis Sanctis.
[4] Mc 1,29

 
LA SINAGOGA DI CAFARNAO

“Ivi pure vi è la sinagoga dove il Signore sanò l’uomo posseduto dal demonio. Si sale su per molti gradini. Questa sinagoga è costruita con pietre squadrate”[1]. Fu ancora la testimonianza di Egeria ad incoraggiare i due archeologi che con trincee parallele partirono dalla ritrovata Casa di Pietro spingendosi verso la pietraia di Tell el-Hum, ormai definitivamente identificato con l’antico villaggio di Cafarnao.

Dal 1969 alla primavera del 1981, dopo 12 anni di scavi con 25 trincee aperte, V.Corbo e S.Loffreda giunsero al termine della loro indagine. Scoprirono che l’imponente sinagoga di Cafarnao, tra le più solenni della Galilea, risale in realtà alla seconda metà del IV secolo d.C. quindi non poteva essere quella in cui predicò Gesù. Tuttavia gli scavi portarono alla luce una struttura muraria in basalto, il “muro nero”, sotto le mura perimetrali della sinagoga del IV secolo, il “muro bianco”. Notarono che il muro nero è perfettamente adiacente al muro bianco eretto sopra di esso. Al muro nero vennero aggiunti materiali vari di riempimento per innalzare la costruzione della sinagoga al di sopra delle case e per livellare il terreno discosceso verso Est.
I materiali di riempimento, fatti di acciottolati, resti di vasellame e ceramiche venne presto datato al I secolo d.C., quando l’edificio venne occupato. Insieme a questi materiali furono rinvenute due monetine che stabilirono ormai la datazione di presenza ed abitazione del luogo sin dal II secolo a.C. Abbiamo quindi un edificio costruito al termine del periodo ellenistico e rimasto tale fino alla seconda metà del IV secolo d.C., quando la sinagoga monumentale fu costruita. Il tipo di pavimentazione e di estensione della stanza del I secolo d.C. fece subito pensare ad un uso pubblico dell’edificio. Inoltre, la costruzione di una sinagoga sulle rovine di tale edificio costituì un indizio sufficiente per concludere che anch’esso era un edificio sacro giudeo, con ogni probabilità una sinagoga.

Fu V.Corbo a tirare le prime conclusioni, secondo le quali vi era un’antica sinagoga risalente al I secolo d.C. delineata dal muro nero, sotto la maestosa sinagoga ricostruita con il muro bianco esattamente sopra il perimetro dell’antico edificio.
I due archeologi si convinsero presto che la testimonianza di Egeria aveva trovato conferma nei loro lunghi anni di scavi e quella antica sinagoga delimitata dal muro nero fu quella in cui Gesù entrò, compì miracoli e predicò.[2]
È un’altra tessera che si aggiunge al mosaico che vuole restituire il volto storico del Figlio di Dio, che passando per le vie della Galilea, entrava nelle sinagoghe della sua gente ad annunciare un parola nuova, estranea per molti e cristallizzata nelle testimonianze evangeliche come le parole di Giovanni a conclusione del Discorso del Pane quando annota: “Queste cose disse Gesù insegnando nella sinagoga a Cafarnao”.[3]

[1] Cfr. Itinerario di Egeria.
[2] PICCIRILLO M., Archeologia e nuovo testamento, pro-manuscripto, PIB, Roma 1994, pp.17-20.
[3] Gv 6,59. 
 

IL SANTO SEPOLCRO

“Tra i santuari cristiani sparsi per il mondo sarà difficile trovarne uno che, come la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, abbia subito tante distruzioni e ricostruzioni”.[1]
Volendo tracciare la storia del Santuario lungo i secoli è possibile stabilire sei fasi cronologiche. La prima ci porta a considerare come poteva essere la tomba di Gesù sulla base delle testimonianze dei vangeli canonici ed apocrifi. Gli Evangelisti ci parlano di un sepolcro nuovo, scavato nella roccia, non lontano dal Golgota, luogo della crocifissione.2
La seconda fase fu la paganizzazione dell’area ad opera dell’imperatore Adriano che nel 135 d.C., al termine della seconda rivolta giudaica. Egli occupò Gerusalemme e dopo aver espulso i giudei con divieto assoluto di ingesso, ricostruì buona parte della città ribattezzandola con Aelia Capitolina. Sul luogo in cui i primi cristiani venerarono la tomba vuota di cristo, testimonianza viva della resurrezione, l’imperatore fece edificare il tempio di Venere su massicci terrapieni che interrarono l’intera area.
Dopo quasi due secoli, circa centottanta anni dopo, iniziava la terza fase ad opera dell’imperatore Costantino il Grande il quale dopo l’Editto di Milano del 317 e sulla spinta di sua madre Elena, diede inizio alla grande opera edilizia in Palestina. I cristiani che Adriano lasciò in città perché non in contatto con la comunità ebraica, aiutarono gli architetti di Costantino ad identificare la tomba di Cristo scavando sotto l’imponente tempio pagano adrianeo. Qui trovarono finalmente la tomba che fu presto isolata dalla roccia circostante e stabilizzata come un grosso cubo con il nome di Anastasis. La basilica costantiniana fu altrettanto imponente come il tempio di Venere ma era destinata a scorrerie mussulmane che presto la distrussero.
A partire dal 614 con la conquista persiana, la Basilica subì varie prove ed attacchi strutturali di matrice mussulmana fino al culmine operato nel 1009 dal califfo fatimita d’Egitto Al-Hakim che diede ordine di distruggere la Basilica dalle fondamenta. Non fu risparmiata neppure la stessa Anastasis e rimasero intatti solo quei pochi elementi difficili da distruggere.
Il restauro bizantino ad opera dell’imperatore Costantino Monomaco diede inizio nel 1042 alla quarta fase. Egli succedette a Romano Argyropoulos che presi accordi di pace con il successore di Al-Hakim, si accordò con lui per la ricostruzione della Basilica. Gli architetti di Costantino Monomaco si convinsero presto dell’inutilità di ricostruire un edificio della stessa imponenza della basilica costantiniana e restrinsero la costruzione attorno all’Anastasis che a sua volta ricostruirono.
Furono i crociati gli autori della quinta fase i quali riorganizzarono il santuario rispettando l’opera di Costantino Monomaco. Allungarono la Basilica fino al vicino luogo della crocifissione ed eressero una nuova facciata con una torre di quarantotto metri. L’interno fu abbellito con ricchi mosaici che si aggiunsero ai precedenti bizantini.
La Basilica subì in seguito svariati saccheggi ed incendi ad opera mussulmana e greca. Ciò portò l’edificio al limite del collasso fino alla sesta ed ultima fase costituita dal restauro contemporaneo. Dopo difficoltà varie di carattere diplomatico, i lavori di restauro poterono iniziare solo nel 1961 e portarono gradualmente la Basilica allo stato attuale. [3]
Rimane da chiederci se la tomba tuttora venerata sia veramente quella in cui fu sepolto Gesù di Nazareth ed il cuore della questione è legato alla posizione della Tomba rispetto alle mura di Gerusalemme. Non si poteva infatti seppellire i morti dentro le mura della città in forza dell’antico codice di purità, tuttavia le mura di Gerusalemme sembrerebbero includere il Santo Sepolcro togliendo ogni dubbio sull’inautenticità della Tomba
Dalle testimonianze evangeliche sappiamo che Gesù fu sepolto in un luogo “vicino alla città”[4] quindi fuori dalle mura perimetrali. Tuttavia le attuali mura di Gerusalemme non sono quelle del periodo neotestamentario ma furono erette tra il 1537 e il 1540 dal sultano turco Solimano il Magnifico. Il problema sorge dal fatto che le mura settentrionali che danno verso il Golgota non sono mai state ritrovate, quindi non era possibile dire con certezze se il luogo della sepoltura di Gesù fosse esterno alle mura, quindi credibile storicamente. Fu la British School of Archaeology di Gerusalemme a risolvere la questione quando nel 1964 scoprì i resti di imponenti fondamenta murarie a Nord di Gerusalemme che escludevano il luogo della sepoltura.
Venne trovata sul posto anche una moneta di re Erode Agrippa I coniata tra il 42 e 43 d.C. Ciò confermò l’ipotesi che quelle fondamenta potessero risalire alle intenzioni dello stesso re che progettò di edificare delle mura enormi e pressoché impenetrabili attorno a Gerusalemme. Quando però si accorse che l’imponenza di quelle mura poteva dar adito ad un’intenzione di rivolta presso l’autorità romana, interruppe quei lavori che rimasero per sempre incompiuti.
Ulteriore conferma venne dal ritrovamento nella stessa zona della sepoltura, di quattro corte gallerie tipiche della sepoltura giudaica che determinavano quel luogo come un antico cimitero giudaico ancora usato nella metà del I secolo d.C.

Tutto ciò porta a concludere che certamente quello fu il luogo in cui Gesù venne sepolto anche se tuttavia non possiamo determinare con esattezza quale delle tombe presenti possa avere accolto il corpo di Gesù di Nazareth.[5]
“Non c’è modo di sapere se il posto della tomba sia quello giusto. Forse gli uomini di Costantino scoprirono segni o scritte lasciate dai visitatori cristiani prima che Adriano ricoprisse di terra il cimitero, o forse scoprirono parecchie tombe, tra cui scelsero quella che si prestava meglio a diventare un santuario. Qualunque cosa trovarono, ne fecero un centro che milleseicentocinquanta anni dopo continua ad attirare i pellegrini: persone convinte che quella tomba era vuota la mattina della prima Pasqua cristiana”.[6]

 
[1] PICCIRILLO M., Archeologia e Nuovo Testamento, p.97.
[2] Cfr. Gv 19,41-42.
[3] Cfr. PICCIRILLO M., Archeologia e Nuovo Testamento, p.97-108.
[4] Gv 19,20.
[5] Cfr. MILLARD A., Archeologia e Vangeli, pp.126-131.
[6] Ibid., p.131.

 
NUMISMATICA E VANGELO

La numismatica è considerata scienza a sé stante di cui l’archeologia si serve per datare con una buona approssimazione i reperti di un sito archeologico. Anche in rapporto alla storicità dei racconti evangelici essa ha il suo contributo da offrire.
La moneta come la intendiamo oggi fa la sua comparsa nel V secolo a.C. nell’epoca persiana e “per la Palestina abbiamo nelle collezioni dei nostri musei, monete fatte coniare dagli Asmonei, dagli Erodiani, dall’autorità greca e romana e dalle città semiautonome della regione. L’area è ben coperta dal punto di vista numismatico per tutto il periodo che va dal III secolo a.C. in poi”.[1]
Fortunatamente disponiamo di un gran numero di reperti numismatici che ci permette di poter dire qualcosa a proposito dei vari detti di Gesù sul denaro. Tra i principali ritrovamenti merita menzione il tesoro di quattromilacinquecento monete trovato nel 1960 sul monte Carmelo.[2]
La difficile governabilità della regione romana di Palestina portò i governatori presenti sul territorio a non coniare monete con effigi esplicitamente romane o paganeggianti per non urtare la sensibilità religiosa giudaica. Di particolare importanza sono due monetine di rame coniate dal procuratore Ponzio Pilato con datazione riportabile agli anni 27 e 30, in cui probabilmente fu crocifisso Gesù.[3] Su di esse non vi sono volti ma compare solo il nome dell’imperatore romano accompagnato da simboli generici.
Circa le implicazioni numismatiche nella vita storica di Gesù, ricordiamo alcuni fatti di estremo interesse. La varietà di monete presenti in Palestina nel I secolo imponeva la diffusione dei cambiavalute, i quali valutavano a loro discrezione le monete da cambiare, considerando in particolare il peso ed il materiale di cui erano coniate. Per questo motivo varie monetine riportano i segni della limatura e della saggiatura ad opera dei cambiavalute. Essi traevano dal loro lavoro un considerevole guadagno dovuto anche alla facilità con cui era possibile ingannare l’acquirente. È il motivo per cui Gesù si scaglia contro i cambiavalute nel tempio accusandoli di avere trasformato la sua casa in un “covo di ladri”.[4] Quando Levisarà chiamato dal banco delle imposte seguirà subito Gesù e possiamo ora capire la sua capacità di rinuncia ad una guadagno tanto facile in nome della sequela del Maestro.[5]
La presenza dei cambiavalute nel tempio era dovuta al fatto che i sommi sacerdoti non potevano accettare moneta straniera considerata impura per l’acquisto di animali per il sacrificio, pertanto tutte le monete dovevano essere cambiate in pezzi d’argento accettabili dall’autorità religiosa per la salvaguardia della purità del tempio stesso. Ancora in questo contesto si colloca l’espressione di Gesù circa il costo dei passeri[6] dove l’espressione “soldo” corrisponde al grecoassarion che era la moneta con cui venivano pagati i soldati i quali con un “asse” potevano comprare una pagnotta. Questo fa luce sul significato teologico delle intenzioni di Gesù che vuole presentare Dio Padre attento anche agli spiccioli quotidiani.
Nella gamma delle monete circolanti la più piccola era il lepton, per arrivare ad un “asse” ne occorrevano ben otto. Fu proprio il lepton l’obolo che la vedova gettò nel tesoro del tempio e tanto encomiata da Gesù perché aveva dato tutto ciò che aveva.[7] Tra quella povera vedova ed il ricco re Erode vi era un divario enorme. L’unità di stipendio per la retribuzione del re era il talanton, una moneta di peso troppo grande per essere coniata e alla sua morte egli aveva un reddito annuo di millecinquanta “talenti” che corrisponde a circa milletrecentoquarataquattro milioni di leptoi. Questo non solo illumina il valore teologico dell’obolo della vedova ma anche quello del debito condonato al servo malvagio, ammontante a diecimila talenti,[8] una somma del tutto inconcepibile ma che lascia capire la teologia del perdono di Dio Padre disponibile a condonare un debito pressoché incalcolabile.[9] Infine la parabola dei talenti[10] è a sua volta illuminata da questa considerazione e meglio rivela il senso teologico della paternità divina che a ciascuno dona un valore inestimabile di capacità umane e spirituali da investire.
L’unità di base ebraica era il denarion ed era anche un buon stipendio giornaliero. Quando il buon samaritano lasciò due denari all’albergatore garantì al giudeo percosso un buon trattamento per vari giorni.[11] Trenta denari erano la paga di un mese di lavoro, il prezzo pagato a Giuda dai sommi sacerdoti per il tradimento di Gesù.[12]
Particolarmente significativo è l’invito di Gesù a guardare il volto di Cesare sul “denaro” giustificando il versamento della tassa con la nota espressione “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.[13] Ciò determinò in modo apodittico la posizione dei cristiani nei confronti dell’autorità governativa.

Lo studio delle monete provenienti dalla Decapoli ha permesso di approfondire l’inciso secondo cui Gesù avrebbe predicato in terra decisamente pagana ed ellenizzata: “Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli”.[14] Questa poteva essere una confederazione politica, come una lega di “dieci città” liberate da Pompeo Magno nell’anno 64 a.C. che le tolse alla dominazione asmonea e ai tetrarchi dell’Idumea.
La monetine riportano il termine Celesiria per indicare una regione identificata con questo nome anche da Giuseppe Flavio[15] e ritenuta corrispondente alla Decapoli che si dimostrò quindi essere non una lega politica ma una regione dell’altopiano siro-giordanico e confinante con la Perea e la Galilea. Gesù quindi non si avventurò in terra pagana ma in una regione abitata in prevalenza da non-ebrei in cui la comunità giudaica era ancora molto forte e meritevole della destinazione del suo Vangelo.[16]
 

[1] PICCIRILLO M., Archeologia e Nuovo Testamento, pro-manuscripto, PIB, Roma 1994, pp.89.
[2] Cfr. MILLARD A., Archeologia e Vangeli, Edizioni Paoline, Cinisello B. (MI) 1992, p.72.
[3] Cfr. PICCIRILLO M., Archeologia e Nuovo Testamento, pp.90.
[4] Mt 21,13.
[5] Cfr. Mc 2,13-14.
[6] Cfr. Mt 10,29; Lc 12,6.
[7] Cfr. Lc 12,59.
[8] Cfr. Mt 18,23-24.
[9] Cfr. MILLARD A., Archeologia e Vangeli, p.72.
[10] Cfr. Mt 25,14-30.
[11] Cfr. Lc 10,35.
[12] Cfr. Mt 26,14-16; 27,3-10.
[13] Mt 22,21.
[14] Mc 7,31.
[15] Cfr. Antichità Giudaiche, XIII,2,4; Guerra Giudaica I,7,7.
[16] Cfr. PICCIRILLO M., Archeologia e Nuovo Testamento, pp.90-91.

 
UN BILANCIO

L’opera di delineazione storica di un personaggio passa inevitabilmente per i luoghi in cui egli è vissuto, le pietre stesse su cui ha camminato e le mura tra cui ha abitato. La memoria storica di ciascuno di noi è legata ai luoghi in cui la nostra esperienza terrena si dipana.
L’archeologia ci aiuta a ricostruire questo il fondamentale dell’esperienza storica di un certo personaggio, attraverso il rinvenimento della realtà materiale che costituì la sua dimensione “terrestre”. Nel caso del personaggio storico Gesù di Nazareth essa porta alla luce la testimonianza del suo passaggio terreno tra la gente della Palestina del I secolo. Alla semplicità di quei reperti è affidata la responsabilità di rendere testimonianza viva e “parlante” del primo annuncio di salvezza rivolto all’umanità. Non sentiamo più la voce diretta dei primi discepoli che su quelle rovine manifestarono la loro fede e pregarono il loro Signore ma ascoltiamo ancora il loro annuncio sulla garanzia dello stesso Maestro e nella certezza che “se questi taceranno, grideranno le pietre”.1

1 Lc 19,40.


Betsaida

Foto
Lago di Galilea: il segno di Pietro fa ritrovare Betsaida
di Giuseppe Caffulli

Strutture monumentali ritrovate a el-Haraj rafforzano l’ipotesi che sia questo il luogo, rimasto sempre enigmatico, della città citata nei Vangeli
Per secoli Betsaida è rimasta uno dei luoghi più enigmatici dei Vangeli: un villaggio citato più volte, patria di tre apostoli – Pietro, Andrea e Filippo – e teatro di episodi centrali della predicazione di Gesù, ma praticamente scomparso dalla geografia, come inghiottito dal tempo. Qualche mese fa, paradossalmente, è stato il fuoco a riaccendere il dibattito scientifico e la memoria cristiana.
Tutto è iniziato in un torrido pomeriggio dell’estate scorsa, quando il professor Mordechai Aviam del Kinneret Academic College si è recato a el-Araj, un sito archeologico sulla sponda settentrionale del Lago di Galilea (o di Gennesaret), per preparare la campagna di scavi prevista per il 2025. Il giorno dopo, un violento incendio ha divorato canneti e sterpaglie che ricoprivano l'area, distruggendo però anche attrezzature, teloni e strumenti di lavoro della missione archeologica. Le fiamme hanno continuato a bruciare per giorni, costringendo gli archeologi a rimandare l’inizio degli scavi, poi portati avanti in autunno. Quando il team è finalmente potuto tornare sul posto, lo scenario era desolante. Ma proprio quella devastazione si è rivelata un’inaspettata alleata della ricerca. L’incendio aveva eliminato la fitta vegetazione che per decenni aveva nascosto porzioni significative del sito. «Dopo l’incendio – ha spiegato Aviam – abbiamo potuto effettuare una ricognizione del terreno e, grazie anche ai moderni georadar, ci siamo resi conto che il sito è molto più esteso, una vera cittadina». Sono emersi resti di abitazioni private e numerosi elementi architettonici monumentali: tamburi di colonne, capitelli corinzi e dorici, cornici, riconducibili a edifici pubblici di epoca romana. Un dato tutt’altro che secondario, perché - come ricorda lo storico Giuseppe Flavio nelle Antichità giudaiche - Betsaida non era un semplice villaggio. Filippo, figlio di Erode il Grande, ne aveva fatto una vera e propria città, elevandola al rango di polis e rinominandola Iulia in onore della figlia dell’imperatore Augusto. «Alla luce di questa descrizione – sottolinea Aviam – Betsaida non poteva essere un insediamento piccolo o marginale».
Ed è qui che si riapre il “giallo” dell’identificazione di Betsaida. Per decenni, dal 1987, il sito di et-Tell, una collina basaltica a circa due chilometri dal lago, è stato considerato il candidato principale. Gli scavi condotti dall’Università del Nebraska avevano portato alla luce strutture urbane, complessi termali, mosaici, monete e strumenti legati alla pesca. Tuttavia, la distanza dall'acqua e alcune incongruenze topografiche rispetto alle fonti antiche hanno lasciato spazio a dubbi sempre più consistenti. El-Araj, invece, si trova nella pianura alluvionale creata dall'immissione del fiume Giordano nel lago, un’area nota anticamente come Biqat Bet Zayda, appunto «la pianura allagata». Una collocazione che corrisponde bene alle descrizioni antiche e all’immagine evangelica di un villaggio di pescatori affacciato direttamente sul lago. Dal 2014, sotto la direzione di Aviam e del geografo storico Steven Notley, gli scavi hanno restituito un quadro sempre più coerente: un insediamento ebraico attivo tra il I e il III secolo d.C., con utensili in pietra non soggetti a impurità rituale, pesi da pesca, ceramiche, monete asmonee e romane.
La svolta decisiva è arrivata però con la scoperta di una basilica bizantina del V secolo, costruita sopra strutture più antiche, probabilmente un’abitazione del I secolo inglobata e monumentalizzata. Una pratica ben nota nei luoghi di culto cristiani legati alla memoria apostolica, come accaduto a Cafarnao con la casa di Pietro. Accanto alla chiesa, un complesso monastico; all’interno, frammenti di transenne, ceramiche decorate con croci e persino una colonna marmorea dell’altare.
Ma il ritrovamento più clamoroso, per gli studiosi la vera “prova regina” che identificherebbe el-Araj come il villaggio natale di Pietro, è un mosaico con un’iscrizione greca che dedica la chiesa al «capo e guida degli apostoli» e al «custode delle chiavi del cielo». Un dato rafforzato anche da una fonte altomedievale: il diario di san Willibald di Eichstätt, che nell’VIII secolo percorse da pellegrino la Terra Santa e che racconta di aver incontrato, lungo la strada da Cafarnao a Kursi, una chiesa costruita sulla casa di Pietro e Andrea. L’iscrizione musiva di el-Araj, rinvenuta nel 2022, è un testo breve, ma costruito con grande cura, secondo i modelli dedicatori della tradizione epigrafica cristiana del V secolo. Il testo è in greco e si apre con l’indicazione del destinatario: Pietro. L’apostolo non è menzionato solo per nome, ma qualificato attraverso titoli solenni che ne definiscono il ruolo nella Chiesa primitiva. A soli tre o quattro secoli di distanza dagli eventi narrati dai Vangeli, rappresenta la più antica attestazione archeologica del primato petrino e lascia intendere che i cristiani del tempo identificassero proprio questo luogo come la casa natale di Pietro e di suo fratello Andrea.
L'iscrizione di El-Araj è stata studiata dall'eminente epigrafista Leah Di Segni dell'Università ebraica di Gerusalemme, che insieme a Jacob Ashkenazi, Mordechai Aviam e Steven Notley ha pubblicato sul “Liber Annus”, la rivista scientifica dello Studium Biblicum Franciscanum, un lungo articolo che mette in luce l’importanza del ritrovamento del mosaico e di altre iscrizioni dello stesso complesso monastico. «Per i cristiani – rimarca fra Eugenio Alliata, archeologo francescano tra i più autorevoli - questa scoperta è fondamentale, perché collega la memoria della nascita di Pietro con Cafarnao, dove ebbe inizio il ministero pubblico di Gesù».
Così, un incendio che sembrava aver compromesso il lavoro di un decennio, si è trasformato in un'opportunità per comprendere ancora meglio uno dei luoghi più affascinanti della Galilea evangelica. El-Araj si prepara ora a diventare un nuovo punto di riferimento per la ricerca archeologica e per il pellegrinaggio. E Betsaida, il villaggio perduto dei pescatori, torna a parlare, tra cenere, mosaici e antiche pietre, delle radici di Pietro, il pescatore chiamato a diventare «la roccia» della Chiesa.

Vedi originale su Avvenire
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